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[the lounge lizards - the lounge lizards - eg - 1981] se te mi chiedi di dirti un titolo di disco jazz, ti dico questo. il primo omonimo dei lounge lizards -i cascamorti!- di john lurie, con arto lindsay alla chitarra e il batterista dei feelies ai tamburi, più altre varie eminenze della new york no wave del periodo, siamo nei primissimi '80. disco stilosissimo, cool è la parola giusta. su tutti i pezzi il sax di john lurie troneggia, estremamente melodico, con un feeling al limite del be bop. elementi stranianti, ma perfettamente integrati, la chitarra atonale e dissonante di lindsay e qualche intervento di tastiera, che forse deve più di un pò a certo sun ra. in scaletta anche due pezzi di thelonious monk. aggiungi qualche sfuriata free qui e là e il gioco è fatto. resta che il disco è una bomba, estremamente diretto, a dispetto del genere, anche grazie al ritmo sostenuto della batteria, suonata con piglio decisamente rock. conquest of rar è il pezzo definitivo dell'album, jazz lascivo da bettola, sullo sfondo nuvole di fumo, bulli e pupe, e un inciso da manuale. ma tutto il disco, in ogni caso, viaggia su livelli altissimi. entusiasmante, davvero.
[die haut - head on - what's so funny about.. - 1992] disco dal discreto fascino questo head on dei berlinesi die huat intriga essenzialmente per i contributi vocali di gente del calibro di kim gordon, alan vega, jeffrey lee pierce, lydia lunch, kid congo powers, anita lane, blixa bargeld e debbie harry. die haut, è infatti una band essenzialmente strumentale e già in passato, nel 1983, aveva collaborato con nick cave il quale aveva prestato la sua voce per l'album burnin' the ice, debutto sulla lunga distanza del gruppo. head on è uno strano ibrido tra hard rock, schitarrate sonic youthiane e un qualcosa di malato e blues. è un suono roccioso, immagina una miscela dei bad seeds di let love in e i sonic youth di goo, senza raggiungere tali vette certo, ma senza nemmeno sfigurare. hard rock moderno? si forse si. potrebbe essere colonna sonora di qualche film col deserto, macchine, gente che si spara, corvi e serpenti a sonagli. c'è qualcosa anche degli ultimi gun club o -perchè no- dei noir désir di tostaky, tenendo conto che quest'ultimo disco saranno 12 anni che non lo ascolto, quindi magari non me lo ricordo neanche più e non centra un cazzo. suono americano e decadenza mittleuropea insomma. a vincere in ogni caso è lydia lunch che può vantare il maggior numero di presenze, anche se kim gordon con la fantastica intoxication, mette subito in chiaro che non si scherza, a lei basta un pezzo per mettere tutti a tacere. conclusione, disco che se lo trovi e te lo ascolti magari ti fai anche un piacere. succosamente anni '90.
[dead moon - echoes of the past - sub pop - 2006] non so a quanti questo dirà qualcosa. After 20 yrs, Dead Moon is retiring. It has been a journey we will always treasure and feel that a worldwide family has emerged in its place. Dead Moon became much bigger than the band itself, it became a DIY underground hopeful for a lot of people. The candle is still burning! --Fred Cole. la notizia non è freschissima, già da qualche mese credo sia comparsa sul loro sito. io me ne accorgo solo ora, ma tantè. peccato, davvero, i dead moon sono forse tra le ultime cose interessanti che il rock'n'roll è stato in grado di regalare alle mie orecchie. formatisi nel 1987 da fred cole, un tizio che -tanto per dire- nel 1964 aveva già registrato il suo primo 45rpm, sua moglie toody e dal batterista andrew loomis, hanno sfornato qualcosa come una 15ina di album e una 10ina di singoli, quelli che sono riuscito a contare io, ma sarebbe da verificare, molti dei quali per la loro etichetta personale, la tombstone records, stampandosi in casa addirittura il vinile. quando si dice DIY. grezzi e sporchi, il loro suono è la sublimazione di rock'n'roll malandato, garage acidissimo, punk e country deviato. per la maggior parte delle loro registrazioni la definizione bassa fedeltà è un eufemismo. ma c'è così tanta verità e luce nei loro tre accordi tre che diventa difficile non rimanerne stregati. c'è tutta la purezza dei perdenti. il consiglio è di cominciare da questa raccolta della sub pop, compilata da fred in persona con i brani da lui ritenuti i migliori della sua "carriera", non puoi sbagliarti.
[polyrock - polyrock - rca - 1980] sestetto attivo tra il 1978 e il 1982 in quel di new york, i polyrock sono riconducibili per suono ed attitudine alla effervescente scena new wave e art rock di quella stessa città. autori di brani minimali, caratterizzati dall'ampio uso della tastiera, collaborano con philip glass che ne produce due album, di cui l'omonimo polyrock è il primo. se diciamo talkin heads, devo e b52's abbiamo la certezza di non allontanarci troppo dal giusto, aggiungerei, per far vedere che ne so, un tocco di wire. l'album in questione è pervaso da un leggero gusto pop sotteso da una palpabile tensione, come se ogni pezzo fosse compresso, non mi viene altra parola più adatta di compresso per definire quel senso di esplosione che non arriva mai, ascoltare this song per credere. chitarre elettriche si infilano qui e la tra le tastiere, tra dissonanze e triche trache surfeggianti, mentre bucket rider contiene un classicheggiante intervento al piano di philip glass. il disco è insomma indubbiamente da avere. fine.
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