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[vinicio capossela – ovunque proteggi – warner – 2006] scritto e diretto da vinicio capossela. scritto e diretto, come un film. come certi film in bianco e nero, qualcosa del genere di riso amaro, per dirne uno a caso, o come il recentissimo terra di sergio rubini. o come un documentario sui flagellanti. una processione barcollante. una corsa di ceri. un rito pagano per la raccolta del grano. le parole che diventano immagini. le immagini che sono musica. la musica che cola dai muri sudati. la poesia. la poetica di uno dei più importanti artisti italiani. il suo immaginario. il sud. il caldo. le bestie. la provincia. il circo. sangue e sudore. come bere superalcolici per dissetarsi nella calura d’agosto. faccio fatica a chiamarlo disco, è un libro, è un film, ovunque proteggi, come il santino che ci portiamo in macchina, la stessa su cui ci appartiamo a fare l’amore nelle stradine nascoste, la stessa dal cui specchietto retrovisore pende quella coda di coniglio e il rosario della nonna. con il paraurti ammaccato. un tradimento antico, l’antico testamento letto al contrario. faccio fatica a chiamarle musica italiana, queste tredici canzoni, questa musica totale mondiale, enorme e piccola, che scava dentro per aprirsi un varco verso il fuori. questa musica alta, ma non colta, popolare, fortemente popolare, musica fatta di terra secca. e vinicio non canta, recita una parte, attore principale della sua vita, di un film straziante, deve avere un fuoco dentro, vinicio, che non si spegne con il vino, e deve buttare giù altro vino. e parla la lingua che fu forse di buscaglione, divenne di paolo conte, ma la butta in mezzo alla strada popolare religiosa polverosa. quello che emir kusturica fa con le immagini, capossela lo fa con la musica. un gatto nero gatto bianco in note. no. è troppo facile cavarsela così. c’è la forza di john fante nelle sue parole, quel libro, la confraternita del chianti. come faccio a chiamarla solo musica questa scultura sonora che guarda al cielo con gli occhi ciechi? una parola così piccola per un suono così grande. fotografia sovraesposta carica di luce, esplosione di colore giallo. vendemmia e pigiatura, festa di paese. provincia totale mondiale. se avete ancora speranza, non fede, dico speranza, ascoltate, questo Disco.
[francesco cusa "skrunch" - psicopatologia del serial killer - improvvisatore involontario - 2005] chiamiamolo jazz rock se vogliamo, consapevoli però del fatto che la formuletta è in questo caso assolutamente restrittiva. skrunch, il quintetto guidato dal batterista e improvvisatore francesco cusa, è atipico fin dalla formazione, batteria, sax, chitarra, chitarra baritono, trombone, laptop. sette lunghe composizioni difficilmente inquadrabili, tra jazz e morricone passando per zorn. ritmi dispari come se piovesse. tecnica spaventosa. ma, e qui è il genio del disco, niente di eccessivamente freddo o cerebrale: energia, sudore, calore e ironia sono parole che descrivono bene l'approcio dei cinque siciliani ai loro strumenti. poco allineati e a loro modo dissacranti nello sporcare la materia jazz di rumori elettronici, scorie bandistiche (ioniche?), inquieranti campionamenti di voci da filmacci di serie z, gli skrunch ricordano il limone spremuto direttamente in bocca. è acido ma lascia un buon sapore. anzi ottimo, direi.
[dischi che mi viene da piangere se ci penso.1]
[sweep the leg johnny - sto cazzo! - southern - 2001] con ormai i riflettori orientati da tutt'altra parte nel 2001 il math rock aveva sulle masse un feeling prossimo allo zero. questi quattro stronzi da chicago tirano fuori un disco semplicemente enorme fatto di tempi ultradispari, voci urlate, sax fuori controllo, bassi in faccia, batterie impazzite. un misto urticante di noise, math, jazz, hardcore fugaziano e consapevolezza. mitico.

[polvo - shapes - touch & go - 1997] le chitarre dei polvo semplicemente non hanno confronti in ambito indie rock. l'unico paragone che mi viene in mente sono i sonic youth. ma i polvo riescono a tingere di garage e psichedelia qualsiasi cosa toccano. enorme.

[run on - start packing - matador - 1996] e avevano il coraggio di chiamarlo indie rock. semplicemente un disco in cui c'è tutto. chitarre stortissime, marimba, organi, elettronica, movenze kraute, avanguardia. ma il risultato è un pop impossibile. enigmatico.

[god - possession - plan 9 - 1992] la versione industrial di miles davis. musica che ti fa uscire il sangue dalle orecchie. come dei killing joke elevati all'ennesima potenza. pesante. ossessivo. epico.

[dead meadow - shivering king and others - matador - 2003] l'unione impossibile e bastarda tra i black sabbath e i my bloody valentine. riff stoner e angeliche voci psichedeliche sciolte in un appiccicoso liquido amiotico. drogato.

[liars - drum's not dead - mute - 2006] anche se rimango convinto che la cosa migliore fatta dai liars siano i trenta minuti di this dust makes that mud che chiudevano they threw us all in a trench and stuck a monument on top, loro primo album, va detto che drum's not dead ha dalla sua una certa propensione ai ritmi ossessivi ed alle atmosfere inquietanti che rendono il disco decisamente affascinante. devo però ammettere che, purtroppo, questi dodici nuovi brani mi lasciano un pò freddino. dopo aver visto il trio dal vivo decisamente mi aspettavo di più, e trovo che molto poca di quell'energia che il gruppo sprigiona nel live sia riuscita a finire nel disco. il problema principale è che tutto ruota intorno alla stessa idea di suono, ovvero tamburi tribali e drones di chitarra, per farla semplice. per buttarla sul tecnico uso massiccio di effetti delay e loop, feedback e qualche field recording, sostenuti pressochè sempre dalla stesso ritmo di batteria. di buono c'è che emergono lati nascosti della personalità del trio, una certa faccia maggiormente melodica, quasi folk, alla animal collective dei primi dischi ma più cupi. come anche una certa tribalità alla birthday party, almeno nelle intenzioni. va poi detto che i liars non temono certo di sporcarsi le mani e a tratti riescono a spingersi veramente avanti, dimostrando di essere tra le band più originali in circolazione, dipingendo un disco davvero stregonesco e psichedelico allo stesso tempo, come se fosse la colonna sonora di un rito voodoo dalle inaspettate tinte gotiche. quello che voglio dire è che drum's not dead non è un brutto disco, anzi. solo che non riesce a muoversi dal fango in cui sembra essere nato. ma forse è proprio così che deve essere, o forse è semplicemente un periodo in cui mi drogo poco.
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