the skies are full of wine

 



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[ehi ma io ti conosco!][cat power - the greatest - matador - 2006]  diciamo subito che the greatest ha la peggior copertina che mi sia capitato di vedere negli ultimi mesi. anche se devo ammettere ha un certo retrogusto blaixploitation che a vederla da lontano sembra la cover di un disco di isaac hayes senza però il faccione di isaac hayes. non che questo incida sul valore della musica, ovviamente, ma io, che conservo una certa dose di feticismo nell’acquistare un disco, ci tenevo a sottolinearlo. per il resto, per la musica intendo, penso che the greatest lascerà spiazzati un gran numero di ascoltatori/estimatori, in particolare tra quanti si erano spellati le mani ad applaudire il precedente you are free. e, sinceramente, sono molto felice che ci sia ancora qualcuno oggigiorno in grado di spiazzare. lasciando da parte quel folk minimale, scheletrico e vagamente incompiuto che caratterizzava le sue opere precedenti, e che diciamola tutta, mi aveva fatto innamorare, chan marshall, mette su dodici canzoni ricche di arrangiamenti, archi, fiati, e attraversate da un inconfondibile mood soul. merito, pare, dei musici che l’accompagnano, i fratelli teenie e leroy hodges (chitarra e basso, esperienze passate con al green) e il batterista steve potts. la cosa meravigliosa è che la flebile voce di cat power non centra niente con questa musica, e vi dico che è fantastico, è un contrasto veramente affascinante. l’altra cosa che mi affascina è la classicità di questi pezzi. come se l’autrice avesse sentito il bisogno di misurarsi con qualcosa di diverso, di più grande di ciò che le è solitamente concesso. molta della musica contenuta qui dentro mi ricorda i lambchop di aw c’mon/no, you c’mon e i tinderstick di simple pleasure, vedi un pezzo come l’iniziale the greatest su tutti, solo che, appunto, invece delle voci profonde e baritonali di kurt wagner e stuart staples qui c’è il vocino esile di chan, che non ha un grammo delle capacità che servirebbero per affrontare certi generi, ma nonostante ciò, coraggiosamente, lo fa, e riesce così a salire un gradino più in alto di tutti gli altri. si chiama stile questa cosa. e cat power ne ha a vagonate.

postato da catpower | 31/01/2006 | commenti (6)


 

[laddio bolocko - the life & times of laddio bolocko - no quarter - 2003] i laddio bolocko non esistono più già da qualche anno persi non so in quali nuovi progetti. the life & times raccoglie la loro esigua discografia, un lp, strange warmings of laddio bolocko del 1997, e due ep, in real time e as if by remote e.p. entrambi del 1998, già precedentemente raccolti nel cd as if in real time del 2000, venduto durante il tour di quell'anno in compagnia dei trans am. la musica dei laddio bolocko era, anzi, è, vista l'attualità del loro suono, qualcosa di difficilmente classificabile. a una potentissima base ritmica, dietro la batteria si sedeva blake fleming, già con i macellai dazzling killmen, si sovrappongono chitarre completamente fuori controllo e poi nastri , voci preregistrate, sax, flauti. il risultato finale è come ascoltare dei can o dei neu! anfetaminizzati, stravolti da bordate noise e free jazz. altre volte non possono non venire in mente i faust o i this heat. l'impatto dei laddio bolocko non lascia scampo. in goat lips lo sferragliare matematico delle chitarre sembra lasciarsi andare a un riff orecchiabile, ma mano a mano che il pezzo procede il riff viene progressivamente prosciugato fino a rimanere di una nota sola che continua a ripetersi ossessiva per tutto il resto del brano, mentre sotto la batteria fa veramente di tutto, come una specie di moby dick degli zeppelin lanciata a muso duro verso il futuro. la breve call me jesus è seppellita da distorsioni e drones minacciosi. la prima parte di nurser è marchiata a fuoco dalle svistate free della chitarra, il brano richiama la furia dei big black, la paranoia dei cop shoot cop e il free jazz più ossessivo. nella seconda parte, trasportato da un cervellotico ritmo dispari, e da quelle che sembrano chitarre mandate al contrario, lo stesso pezzo, si tinge di atmosfere claustrofobiche e soffocanti. the man who never was è un brano jazzato,  una inquietante pausa per prendere il fiato, prima di dangler, in cui a prevalere è ancora l'andamento free jazz, in particolare per i ritmi della batteria e le svisate di sax, e della lunghissima y toros,vero e proprio tour de force attraverso tutte le visioni più ossessive del gruppo. con as if by remote le atmosfere si fanno meno oppressive e c'è un'apertura verso la psichedelia, come nell'omonimo pezzo, tutto scansioni tribali, cinematici sax e chitarre cariche di delay. karl addirittura è melodica e sognante, come non ce la saremmo mai aspettata, anche se rumori inquietanti ancora si possono udire in sottofondo, le movenze del basso si avvicinano a certo post rock e, mentre la chitarra si lascia andare a fraseggi melodici, il sax comprime la sua furia in tenui soffi. con the outro il rumore torna in primo piano, il pezzo è costruito interamente sui feedback della chitarra. a passing state of well being è un tripudio di luci, una specie di pezzo alla manitoba, con tanto di flauti, e un acidissimo assolo di chitarra da perderci la testa che sfocia in un melmoso giro di basso che chiude il pezzo costringendoci a pigiare sul tasto repeat numerose volte. la furia del primo lp è insomma andata persa a favore di atmosfere ancora più varie e se vogliamo estranianti. beatrice the coyote porta così bene in vista le scorie progressive che da sempre alimentano il gruppo ma che in precedenza venivano coperte da pesanti strati di rumore. laddio's money (death of a popsong) ha le sembianze di un normale pezzo rock, ma interferenze radio ne disturbano l'andamento, mentre la chitarra si lascia andare ad un riff tanto demente quanto accattivante nella sua circolarità. e ancora c'è spazio per la quiete di wallcreek survival e per le sperimentali poliritmie noise di the going gong, spezzate da strati di sax a cui si aggiunge, in un crescendo sempre più irresistibile, quello che potrebbe essere un pianoforte, prima della conclusione di in search of bolocko, sette minuti di post qualcosa, verso l'infinito. un gruppo, i laddio bolocko, dimenticato anche troppo in fretta, dalle intuizioni geniali e di cui comincio a sentire la mancanza. ad averne di gente così.

postato da catpower | 24/01/2006 | commenti
 

[mike ladd - father divine - roir - 2005] non è un caso, afferma mike ladd, che questo disco sia uscito su roir. nel suonarlo e registralo, continua, mi sono ispirato ai suoi suoni sporchi, ai bad brains. father divine, dico io, è un disco che pochi, immagino, si fermeranno ad ascoltare, perchè troppo di genere, alla fine siamo dalle parti di certo hip hop deviato che non centra nulla con ciò che viene comunemente inteso come hip hop. io lo chiamerei piuttosto crossover. senza paura mike ladd tritura hip hop appunto, rock, punk (punk?), reggae, dub, lounge, funk. ad accompagnarlo nella macinazione/frammentazione jaleel bunton di tv on the radio e il francese gymkhana. il genio di questo di questo disco è nei suoni, in quei synth analogici sopra le righe, negli overdub, nell'uso sconsiderato dell'echo, negli anacronistici assoli di tastiera, negli improvvisi e acidissimi inserti electro. lee perry che gioca a mischiare i nastri di beck? dj shadow che scopre il reggae? roots manuva che suona punk? two lone swordsmen cresciuti a kingston? non ci sono risposte. e dopo la prima metà del disco, due pezzi a mischiare definitivamente e irremediabilmente le carte, ike turner dub e so 'n so, due buchi neri sul futuro, i talking heads centrifugati a velocità zero. l'implosione finale. fumi di ganja ad annebbiare una dancehall post punk. perdita di coscienza. mani nelle basette. fine.

postato da catpower | 24/01/2006 | commenti (1)


 

[uh come passa il tempo] il buon amico enne mi regala un tot di riviste musicali datate 1992 e 1993 che lui altrimenti le butta. io me le sfoglio. una riga si e una riga no si parla di nirvana. i sonic youth pubblicano dirty. gli alice in chains sono una promessa dopo un ottimo debutto. i pearl jam sono il futuro. i negazione si sciolgono. john zorn è già in sovraproduzione di dischi. mike patton da i primi segni di squilibrio. i mudhoney e gli screaming trees spaccano tutto e mark lanegan rivela che la sua vera passione è il country ma anche gli iron maiden. divertente poi notare come la lungimiranza di certi recensori porti a definire i jesus lizard una bufala, commentando il loro disco con un laconico "almeno sapessero suonare", e i drop nineteens come il gruppo più innovativo del pianeta. su una rivista ci sono tre rubriche, indie uk, indie usa, indie italia. in indie uk si parla degli shamen, in indie usa si parla di melvins, jesus lizard e sebadoh, in indie italia ci sono i sud sound system, il generale, i 99posse e i massimo volume, che stanze è appena uscito. e poi ancora pagine dedicate a scorn e cop shoot cop, ministry e nine inch nails. il lo-fi è la nuova sensazione, articolone sui pavement, che peraltro sono i nuovi nirvana, come daltronde anche i drop nineteens, tutti nuovi nirvana. chiunque suoni una chitarra è un nuovo nirvana. i mau mau sono delle promesse e fanno tre concerti al giorno, al mattino non ricordo dove, al pomeriggio in strada e alla sera in un locale e sono contenti che i loro pezzi vengano usati in discoteca. i mau mau sono i nuovi nirvana. insomma nel 1992 le cose andavano così. più o meno. io tra l'altro compravo una chitarra con il chiaro intento di essere un nuovo nirvana.

postato da catpower | 18/01/2006 | commenti (10)


 

[jackie-o motherfucker - flags of the sacred harp - atp - 2005] attivi già da qualche anno, dal 1994 per la precisione, i jackie-o motherfucker, formazione aperta che ruota attorno al polistrumentista tom greenwood, sfornano con flags of the sacred harp la loro prova più accessibile, riuscendo nell’impresa di far convivere la loro anima più sperimentale e incline all’improvvisazione all’interno di vere e proprie canzoni. canzoni che in parte sono dei traditional riadattati dal gruppo, ma che di traditional conservano ben poco, forse appena le parole. folk e blues si fondono, in questi sette pezzi, con elementi di psichedelia, improvvisazione, minimalismo e musica concreta, dando origine a una musica di difficile descrizione che può rimandare tanto a john fahey quanto a ornette coleman, quanto, nei momenti più facili e immediati, ai low o a qualche oscuro gruppo psych folk dei sixties. le voci, quando presenti, intonano canti dolci, leggeri blues, gospel minimali e ridondanti che spezzano il cuore, mentre attorno i confini della musica si dilatano, si muovono, si aprono e le parole poggiano sul nulla. flags of the sacred harp è una piccola meraviglia fatta di suoni caldi e avvolgenti, tenui riverberi e lunghi drone, un vero e proprio viaggio tra note libere e poetiche. è una musica che pare tesa verso l’alto, che non conosce disperazioni terrestri, pervasa da una certa sacralità, lieve eppure presente, ma che, allo stesso tempo, non si propone di rassicurare, quanto piuttosto di aprire porte ignote.

postato da catpower | 13/01/2006 | commenti (1)


 

[lo sai che la luce [mi ti vi ci] consuma?] puntuale come un appuntamento dal farmacista, e falsa come la ricetta che gli porgete per ottenere certi farmaci dal dubbio uso, ecco la lista dei meglio dischi duemilacinque di the skies are full of wine. l'ordine è casuale e strettamente legato alla sequenza in cui i dischi mi son tornati in mente, che sai il duemilacinque è lungo. quindi. 1.the usa is a monster - wohaw 2.dalek - absence 3.the books - lost and safe 4.kill the vultures - kill the vultures 5.zu - the way of the animal powers 6.sleater kinney - the woods 7.fantomas - suspended animation 8.tba - annulè 9.agf/delay - explode 10.hella - church gone wild/chirpin hard. se la sono giocata bene anche 11.the evens - the evens 12.akron/family - akron/family 13.julian cope - citizen cain'd 14.fourtet - everything ecstatic 15.black lips - let it bloom 16.urdog - eyelid of the moon 17.ninja high school - young adults against suicide 18.vvv - resurrection river 19.adult - gimme trouble 20.out hud - let us never speak of it again. meglio concerto di tutti the ex @ antidox - torino.

postato da catpower | 02/01/2006 | commenti (7)