[kill the vultures - kill the vultures - jib door - 2005] andiamo con ordine. questo disco dura poco più di trentun minuti e contiene nove canzoni sufficientemente eterogenee e originali da spiazzare ad ogni istante. sarebbe un disco di hip hop, perché le voci fanno quello, parole veloci in rima che spesso diventano flusso di coscienza, ma poi ti accorgi che sotto c’è altro, che le basi si muovono su canovacci jazz, ma non solo, le ritmiche spesso hanno un tiro veloce, dritto, altre volte non esistono, sostituite da frasi di tromba o contrabbasso che tengono il beat. i kill the vultures sono quattro, da minneapolis, si fanno chiamare con nomi come anatomy, crescent moon, nomi e advizer e sono nati dalle ceneri di un altro gruppo, gli oddjobs. anatomy si occupa della produzione, gli altri tre si dedicano alle parole. il risultato è un album che ha dell’incredibile, uno di quei dischi che cresce ad ogni ascolto, che dietro ad ogni cambio ti lascia a bocca aperta. innanzitutto il mood che lo attraversa, nero come la pece, una cosa che sa di bettole fumose e bassifondi, roba che se girassero rififi oggi questi pezzi ci finirebbero dritti nella colonna sonora. la cosa che più stupisce è accorgersi che una base come ad esempio quella di sick days are upon us, più o meno a metà del disco, non sfigurerebbe su un album di tom waits, tutta tromba e tamburo, e viene da chiedersi tom waits cosa centri con un disco hip hop, ma ci sta tutto, per non dire di quello che viene prima. lovin’ you dangerous è costruita sul contrasto tra quattro accordi di piano leggermente dissonanti e i colpi della ritmica, secchi come frustate, come un battere di acciaio contro acciaio. hidden signals è una batteria scomposta alla birthday party, con una cosa sopra che forse era una tromba in origine, ma potrebbe essere anche un synth che gracchia. the vultures è tenuta insieme da un contrabbasso e da due note di chitarra che si ripetono ossessive e che potrebbero essere state rubate a un captain beefheart a caso, che se chiudi gli occhi ti riappare il fantasma di tom waits a ricordarti che tutto questo è comunque hip hop e lui non centra e, anche se continua a venirti in mente, the riders era un altro disco, togliti queste cose dalla mente amico. stesso discorso per good intentions, contrabbasso pizzicato con dolcezza e una tromba delicata, fumo, bicchieri che si svuotano. e poi c’è il riff di chitarra di 7-8-9 e quelle bordate sommesse di fiati che gli crescono sopra come esplosive bolle jazz. e ancora, le chitarre sature di beasts of burden, il jazz swingante di howl n’ heal, la sbilenca melodia della tromba nella conclusiva behind these eyes. kill the vultures ha lo stesso approccio dissacrante e innovativo alla materia hip hop di gente come dalek e oddattee e come loro risulta essere tra le cose più interessanti che si possano sentire in giro oggi.
[locus solus - 50th birthday celebration 3 - tzadik - 2004] ieri ho deciso di essere diventato abbastanza grande per comprarmi un disco della tzadik, la mitica etichetta di john zorn, ed entrare di diritto nel mondo dell'avanguardia, nonchè nell'età dell'ascolto consapevole e nella fase del nonsopiùcosascoltare. il disco in questione fa parte di una lunga serie di live che si sono tenuti nel settembre 2003 per celebrare i 50 anni di età di john zorn. la serie di cd infatti si chiama 50th birthday celebration ed è caratterizzata da copertine a strisce tanto banali quanto efficaci. i locus solus vedono zorn al sax, arto lindsay alla chitarra e alla voce e il mostruoso anton fier alla batteria. tutto gira attorno ad un free [jazz?] ultra muscoloso, retto dal devastante e folle tambureggiare del fier su cui lindsay rumoreggia atonale e random con la chitarra [i DNA gli saranno ben serviti?] e canta [canta. non urla. canta proprio] mentre zorn selvaggio barrisce e spacca timpani con sovracuti e velocissime scale. il tutto ha le sembianze di un cazzotto nello stomaco ma ha dalla sua una certa ascoltabilità rock che lo redime dalla pura e gratuita prova di forza e lo fa sembrare davvero una cosa che si possa ascoltare con piacere in tutti i suoi quarantacinque minuti di durata.
[intelligence - icky baby - in the red - 2005] garagissimo ultrasaturo con richiami a fall e a certe cose wave di venticinque anni fa. non male. in particolare quando dal rumore tagliente compare un irriconoscibile basso dub. per certi versi neanche troppo distanti dai chromatics. insomma sto dicendo dei nomi a caso. tra l'altro non fatevi fottere dal vostro spacciatore di dischi perchè il vinile c'è, si trova e costa meno del cd. ah già ma adesso i dischi si scaricano. è che non sono abituato al progresso.
[who made who - who made who - gomma - 2005] normalmente dischi come questo non li prendo. però poi me li ha fatti sentire e.p. durante un suo dj set in una balera di provincia e devo ammettere che il godimento è direttamente proporzionale al numero di ascolti anche se il fatto che il pezzo migliore, oltre ad essere una bonus track, sia anche una cover, la dice lunga. in ogni caso tra le cose più coatte e divertenti degli ultimi dodici mesi. fondamentalmente inutili e per questo fondamentali. disco mutant punk funk suonato e cantato da uno che ci ha la voce come quella di zoot woman. roba che se la ascolti dopo un sabato sera buio a bere grappe nei bar del paese ti ridesegna la serata in chiave stroboscopica.
[foetus - love - birdman - 2005] nuovo capitolo della saga foetus. nessuna novità se non queste dieci canzoni sospese come sempre tra reminescenze di birthday party, musica industriale, pomposi inserti wagneriani, improvvisi passaggi lounge e surreali tracce di residentsiana memoria. suonato praticamente per intero e prodotto da j.g. thirwell l'unica ragione per cercare ed eventualmente entrare in possesso dei 55 minuti di distorsioni synth pop clavicembali paranoia apocalisse e nichilismo contenuti in questo disco -nel modo più o meno legale che preferite- è che foetus è un figo e i suoi dischi sono fighi e, per usare un eufemismo caro alle frange più giovani dell'integralismo musicale, spacca il culo. roba che dovrebbero spiegarla nelle scuole pubbliche e farci i servizi alla domenica pomeriggio in tv e se ciò non avviene è solo perchè viviamo in un mondo sbagliato. notevoli anche la copertina, brutta di quel brutto che solo i dischi di foetus possono, e pertanto meravigliosa, e la programmatica dedica in italiano che si trova al suo interno: mi allungherò fino al tuo stomaco per strapparti il cuore sanguinante. cercate su www.foetus.org la foto che ritrae thirwell, nick cave, lydia lunch e marc almond tutti insieme quasi come scolaretti nello scatto che immortala la foto di fine anno e rabbrividite. questa è storia.

[come mangiarsi il cervello e vivere solo di quello] [animal collective - feels - fat cat records -2005] forse neanche così inaspettatamente i primi pezzi del disco ricordano da vicino certe cose di flaming lips e mercury rev, con tinte indubbiamente più folk, da cui a tratti sembra sbucare un certo tocco glam alla david bowie dei primi tempi. in particolare un pezzo come the purple bottle sembra arrivare direttamente da un fermo immagine su velvet goldmine (mi ricorda per esempio needle in the camel's eye di eno, anche se in fondo non centra un cazzo. ma forse anche si). la seconda parte del disco è più dilatata e meno immediata, vengono abbandonate la melodie più accattivanti in favore di atmosfere sognanti simili a quelle dei primi dischi, spirit they're gone spirit they've vanished su tutti. l'impressione qui è di ascoltare una specie di flaming lips sotto sedativi. turn into something, ultimo pezzo del disco, ne riassume pregi e difetti, parte folk allucinato alla barrett -e quindi ancora alla flaming lips/mercury rev- e finisce in una coda liquida e sognante fatta di drone e arpeggi di chitarra in loop carichi di delay. se i dischi potessero essere giudicati con i numeri questo disco sarebbe una cifra indefinita tra la metà di dodici abbondante e il sette. ma visto che non si può mi limito a dire che in fin dei conti non mi dispiace per niente, meglio la seconda parte però.

[mahjongg - RaYDONcoNG 2005 - cold crush - 2005] disco fatto di ritmo più chitarre più quel tot. di elettronica che non guasta. metti a certain ratio, aggiungi quel pò di talkin heads che basta unito a una certa visione africana della musica che si traduce in percussioni grasse e ben scandite, quattro quarti a go go, e uno strano sapore di militanza e più o meno ti puoi avvicinare. non mancano all'appello percussioni latine e disco funk. non sarà niente di nuovo ma il disco suona intelligente e coinvolgente. in poche parole spacca. lontano in ogni caso anni luce da certe fighetterie patinate. puzza decisamente di sudore e ha dalla sua una buona dose di sensualità.
[the ex - singles. period. the vynil years 1980-1990 - ex records - 2005] la storia degli olandesi the ex scandita in ventitre tappe a partire dal primo singolo del 1980 fino al 1990. il cd mostra la crescita mostruosa di un gruppo mostruoso, a mio parere tra i più importanti gruppi europei di tutti i tempi, dai primi pezzi dichiaratamente punk, che fanno anche sorridere risentiti ora, alle collaborazioni con tom cora e con il gruppo curdo awara, fino a lambire i territori dell'avanguardia. la maggior parte dei pezzi contenuti nella raccolta sono ormai introvabili perchè usciti tutti su vinile e andati esauriti da tempo, e gli stessi the ex ammettono che hanno deciso di ristamparli anche per evitare speculazioni, in particolare dopo aver visto i prezzi esorbitanti a cui vengono venduti nelle aste in rete. poter poi ascoltare canzoni come stupid americans, weapons for el salvador e gonna rob the spermbank da anche un bel pò di soddisfazione. libretto dettagliatissimo e prezzo super onesto, 12 euro spese postali incluse sul sito del gruppo (www.theex.nl), completano l'opera. da avere senza dubbio.